• Hikaye : sevmeyen – sevilmeyen kız

    ben, erkek arkadaşımla arkadaşlarım vasıtasıyla tanışmıştım,aslında tam istediğim gibi bir insandı.arkadaşlarla her gittiğim yere o da geliyordu, mevkiside vardı, bu ilşkiye ben sevmeden istemeden başladım,ilk iki hafta iiyi güzeldi o çalışıyordu akşamdan akşama görüyoduk birbirimizi baen hiç görüşmüyoduk , görüştüğümüzdede hep yanımızda arkadaşlar oluyordu,ben bu ilşkiyi akadaşlarının yanında değil tek başımıza yaşamak istiyodum,onu tanımak, inanmak,güvenmek istiyodum ama olmadı soğudum,çok iyi bir insandı kimsyi incitmeyen bir insan ama olmayınca olmuyor işte,bende onu istemediğimi anladım ama ayrılmak isteyen ben olmak istemedim onun benden ayrılmasını sağladım ve ayrıldık ama ondan sonra onun gibiisni bulamadım o yüzden ben gerçek aşkın var olduğuna inamıyorum gerçek mutluluk gerçek aşk bence karşılıklı güven ve saygı içinde olur size dğer verene sizde değer o zaman gerçekten mutlu olacaksınız;ona dönmek istiyorum ama dönemiyorum, siz siz olun size değer verenin kıymetini bilin yaşadığınız günlerin kıymetini bilin

  •  Quella notte ho visto la sua casa. In un sogno.

    Spirava una brezza leggera. La casa era su una collina che dominava un golfo su cui era adagiata una città. Era una piccola casa di campagna, circondata dal verde, che ho visto dalla strada. Non mi sono avvicinata. Ricordo che lungo la strada c’erano altre ville, ma quella casa, non so perchè, sentivo che fosse la sua. Ho chiesto a qualcuno che passava di là se effettivamente così fosse, e mi ha risposto di si. Lo conosceva, era un suo amico, forse. Il cuore mi batteva forte.

    E poi le navi. Nel golfo, ormeggiate vicino alla costa. Navi antiche, in legno, bellissime. E io pensavo ad un viaggio su quel mare azzurro da favola sotto il sole brillante.

    I colori del sogno erano saturi, ma i contorni sfumati, come quelli di un quadro impressionista, e la scena era bella al limite del reale..

    Il vedere, nel sogno, quella casa, “per la prima volta“, come mi sono detta commossa, mi ha fatta sentire più vicina a lui, come se avessi potuto mordere ancora un pezzetto della sua vita, come se non fossimo poi così lontani. E le navi, l’attraversare il mare per raggiungere un luogo distante.. era la metafora onirica di un possibile futuro incontro, del desiderio che Marco con quelle potesse attraversare il mare per venire da me..

    Ma Marco non c’era. C’erano i suoi luoghi, c’era la sua casa, c’erano i profumi di dove lui viveva, portati dal vento, e quei colori, e quel sole di Sicilia, ma lui non c’era. E io, in quel sogno, avrei dato qualunque cosa per poterlo vedere.. per poter incontrare ancora una volta i suoi occhi, per potergli sorridere.. solo sorridere.. ancora una volta..

  •  Ai primi di settembre, una notte, feci un sogno..

    Era tardo pomeriggio, un pomeriggio d’estate e di sole. Il mare e il cielo erano di un azzurro intenso.
    Marco e io stavamo andando via dalla spiaggia. Sentivo la sabbia bianca, rovente, sotto i miei piedi, il rumore dell’acqua, sul bagnasciuga, alle nostre spalle. Correvo. Lo raggiungevo. E allora vedevo Marco accanto a me, col suo sorriso tranquillo, una magliettina e i pantaloni a tre quarti, e gli prendevo la mano e la stringevo forte alla mia. Lui mi restituiva la stretta, dolcemente, ci guardavamo negli occhi, gli sorridevo, ero felice. Salivamo sulla mia moto, guidavo io, lui dietro di me, i nostri bagagli caricati sopra il bauletto, e andavamo via. Insieme.

    Questo è il sogno. Una manciata di sensazioni e di colori, tutte talmente vivide e intense da fare male. Ho sentito ancora una volta la sua mano nella mia e sono stata felice. FELICE. FELICE come non si può neanche dire.

    Quella gioia intensa mi ha portata su dal sonno profondo verso il dormiveglia.. e negli ultimi istanti del sogno, una valanga di sensazioni mi ha sommersa: durante gli spostamenti.. come facevo.. quanto tempo sprecato.. a guidare, quando invece avrei potuto tenerlo stretto a me, tenere la sua mano nella mia, guardare i suoi bellissimi occhi..
    E poi è arrivata la parte più atroce di tutta la storia.. lo ho immaginato con un’altra.. ad abbracciare, guardare dolcemente, sorridere ad un’altra.. sono riuscita, a malapena, a reggere per qualche istante quelle immagini.. “ma io ti terrò sempre, PER SEMPRE, con me, Amore mio” mi sono detta, “ti amerò per sempre nel mio cuore“.

    E in quel momento Marco mi è mancato come non so neanche dire.

    Non era giusto che amasse un’altra.

    Sono scoppiata a piangere, a singhiozzare, senza riuscire più a fermarmi. “Io non posso solo amarti nei sogni, nei ricordi, Amore mio.. io voglio amarti nella realtà, voglio averti con me..
    Il sonno era definitivamente andato via, lasciando solo il posto a quel gelo della lacrime e quel caldo di nostalgia di qualcosa di impossibile, che ti avvolge il cuore..

    Era una notte dei primi di settembre.. un anno dopo la nostra separazione..

  •  Ai primi di settembre, una notte, feci un sogno..

    Era tardo pomeriggio, un pomeriggio d’estate e di sole. Il mare e il cielo erano di un azzurro intenso.
    Marco e io stavamo andando via dalla spiaggia. Sentivo la sabbia bianca, rovente, sotto i miei piedi, il rumore dell’acqua, sul bagnasciuga, alle nostre spalle. Correvo. Lo raggiungevo. E allora vedevo Marco accanto a me, col suo sorriso tranquillo, una magliettina e i pantaloni a tre quarti, e gli prendevo la mano e la stringevo forte alla mia. Lui mi restituiva la stretta, dolcemente, ci guardavamo negli occhi, gli sorridevo, ero felice. Salivamo sulla mia moto, guidavo io, lui dietro di me, i nostri bagagli caricati sopra il bauletto, e andavamo via. Insieme.

    Questo è il sogno. Una manciata di sensazioni e di colori, tutte talmente vivide e intense da fare male. Ho sentito ancora una volta la sua mano nella mia e sono stata felice. FELICE. FELICE come non si può neanche dire.

    Quella gioia intensa mi ha portata su dal sonno profondo verso il dormiveglia.. e negli ultimi istanti del sogno, una valanga di sensazioni mi ha sommersa: durante gli spostamenti.. come facevo.. quanto tempo sprecato.. a guidare, quando invece avrei potuto tenerlo stretto a me, tenere la sua mano nella mia, guardare i suoi bellissimi occhi..
    E poi è arrivata la parte più atroce di tutta la storia.. lo ho immaginato con un’altra.. ad abbracciare, guardare dolcemente, sorridere ad un’altra.. sono riuscita, a malapena, a reggere per qualche istante quelle immagini.. “ma io ti terrò sempre, PER SEMPRE, con me, Amore mio” mi sono detta, “ti amerò per sempre nel mio cuore“.

    E in quel momento Marco mi è mancato come non so neanche dire.

    Non era giusto che amasse un’altra.

    Sono scoppiata a piangere, a singhiozzare, senza riuscire più a fermarmi. “Io non posso solo amarti nei sogni, nei ricordi, Amore mio.. io voglio amarti nella realtà, voglio averti con me..
    Il sonno era definitivamente andato via, lasciando solo il posto a quel gelo della lacrime e quel caldo di nostalgia di qualcosa di impossibile, che ti avvolge il cuore..

    Era una notte dei primi di settembre.. un anno dopo la nostra separazione

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  •  Altri ragazzi, altri volti, sparsi nel tempo, facce che appaiono e svaniscono, insieme ai ricordi di baci desiderati, rubati, improvvisi, e mai dati.. e poi carezze, sorrisi, risate, un tramonto, un amico, i sogni della casa che avremo un giorno, io la voglio così.. tu come?.. a braccetto sognando un futuro mentre il fresco di una sera di fine settembre ci avvolge e il sole scende.. un’amica, le nostre confessioni, i problemi e le gioie di un rapporto finito e di uno in crisi, le speranze, i batticuori e la forza di andare avanti giorno dopo giorno.. un ragazzo, un bene dell’anima, l’aiuto che ci diamo, si va avanti insieme, un bacio una sera d’inverno, mille incomprensioni, problemi, ti voglio bene.. anche io.. una giornata di primavera, mentre piove e noi sotto il cielo corriamo dentro una chiesa.. un saluto a metà, la nave parte, un nuovo incontro che non ci fu.. e .. dimentichiamo tutto, stiamo uniti.. e poi un giorno lui si scopre lontano da me, non prova più niente.. un’estate in basilica, caldo e rumori di cicale, il fresco della sagrestia mi avvolge, il parroco mi ascolta.. mi benedica padre.. sto male.. tu sei già benedetta figlia mia, hai una grande forza, si vede da ciò che mi racconti, Dio è in te.. e io che piango, come una bambina, di fronte a lui.. serate vuote, riempite dai ricordi e dalle parole sempre uguali delle chat.. baci, balli, notti, rientri all’una e trentatre, notti di sogni vividi, notti di sogni violenti, notti senza più sogni..

    Un altro anno, un altro Natale.

    Per tanti anni” mi aveva detto Marco, triste, una sera, “ho passato dei natali senza una persona per cui fossi qualcuno di speciale” – “Senza una persona che ti amasse..” – “Si”.
    Un momento di silenzio. E un velo di lacrime.
    Ma adesso ci sono io” gli avevo detto.
    Conoscevo bene, oddio quanto conoscevo bene quella sensazione, di solitudine, di sere vuote, di pandori senza sapore, mentre fuori tutto è grigio, di un grigio che ti entra dentro e avvolge tutto. E il cuore batte non di vita, ma solo per lasciarti vivere, vivere un altro giorno grigio.

    Ma adesso ci sono io”.

    Allora eravamo solo amici. Ancora solo amici. Ma l’intesa tra noi era così straordinaria che, anche se solo come sua amica, gli sarei stata accanto, avrei riempito col bene che gli volevo quel vuoto. Quella frase così semplice era una promessa forte.
    Poi arrivò l’estate.. le nostre vicende personali.. e quel nostro viaggio, e poi l’amore che scoppia, improvviso, inaspettato, e riempie le giornate, riempie i cuori, annichilisce il passato, annichilisce tutto.
    E poi il declino rapido, in un mese. E il Natale di quell’anno, l’anno scorso, arrivato senza di lui, senza un suo messaggio, un suo augurio, nel grido silenzioso del dolore del ricordo di noi, e vissuto in un vuoto immenso d’amore.

    Chissà quel natale come lo avra’ passato.

    E chissà come passerà questo.
    Chissa’ se, tra festeggiamenti, regali, pranzi, e brindisi, dedicherà ancora un pensiero, solo uno, a me, e magari una lacrima di nostalgia gli scenderà sul viso.. chissà se in tutto questo tempo gli sarò mancata, solo una volta.. chissà se quella Sandra che lo ha amato col cuore, con l’anima, e con tutta sé stessa gli avrà lasciato qualcosa dentro, in grado di accendergli ancora un ricordo, un’emozione.. almeno nella notte di Natale..

  •  Poco tempo fa, una notte, ho fatto un sogno incredibilmente vivido e realistico.
    Marco e io ci incontravamo nella mia città. Lui era venuto a trovarmi. In quel viaggio onirico passavamo il nostro tempo insieme, facendo le cose più normali: mangiando qualcosa, passeggiando, chiacchierando. Tra di noi solo un’amicizia piatta, e nessun segno d’amore o di confidenza, né emotiva né tantomeno fisica. Alla fine del sogno lo accompagnavo in un edificio, lui si metteva in coda ad una fila di persone che portava all’esterno.. quasi dovesse prendere un aereo per tornare a casa sua.. e io in cuor mio sapevo che stava per andare via e non lo avrei rivisto più.
    Dopo averlo guardato un’ultima volta negli occhi, senza parlare, ho voltato le spalle e ho cominciato a camminare verso l’uscita dell’edificio.
    Ma all’improvviso lui, dietro di me, ha urlato, più forte del brusio della gente: “Ciao, Sandra!”.. io mi sono voltata e lo ho visto sorridere.
    E allora gli ho restituito il sorriso.

    Il sogno in quel momento ha vacillato.
    Quel sorriso. E io ferma lì, voltata verso di lui, a guardarlo.
    Senza parlare.
    Il sogno ha vacillato ancora, un’ultima volta.
    Buio.
    Quell’immagine. Lui. Io.
    Buio.
    Avevo aperto gli occhi.
    Cosa? Dove? ..

    La mattina dopo non ho fatto altro che pensare a quel sogno.
    Era il mio inconscio ad avermi voluto comunicare che la storia con Marco ormai era finita? Che avevo accettato la nostra separazione?
    Lo farebbero pensare la mancanza di confidenza fra noi, l’atteggiamento indifferente da parte mia rispetto alla sua partenza, il suo saluto a voce alta ma a distanza..
    Erano proprio segni della accettazione della separazione?

    Un pensiero a freddo” scrivevo in diario, un anno fa esatto, “non avrei dovuto innamorarmi di Marco”, aggiungendo “per non soffrire”.
    Ma oggi, un anno più tardi, non mi sento di sottoscrivere una sola parola di quella frase. Innamorarmi di lui, e anche soffrire per lui, è stato bello, positivo, e mi ha insegnato tanto.

    Marco avrebbe vissuto in me per tutto quest’anno, sopravvivendo a storie e difficoltà di ogni genere, e perfino a due ragazzi diversi che sono venuti dopo di lui. E’ stato al mio fianco per tutto questo tempo, con i nostri ricordi, e tutte le emozioni passate insieme. Quella passione mi ha dato forza, mi ha aiutata a superare le difficoltà che sarebbero venute, mi ha fatto credere che l’amore poteva esistere.. come esisteva ed era esistito. E sarebbe esistito ancora.

    L’amore, quando è sincero, autentico, profondo, non si cancella, non si dimentica, non si sostituisce e non passa..
    Semplicemente il tempo lo trasforma.. sublima il dolore in dolcezza e struggimento, che ti porti dentro per sempre.
    E così Marco, nonostante l’addio che il mio subconscio, a 16 mesi ormai dalla nostra separazione, ha voluto dargli, continuerà a fare parte di me, e sono certa che rivivrà nelle mie storie future, anche solo in un mio sguardo, in una mia parola che ripeterò e che in realtà era sua, in un atteggiamento, in un momento di dolcezza.

    Lasciarsi. Per non lasciarsi mai.

    Addio.. Amore Mio.

  •  Stamattina, ad occhi ancora chiusi, immersa nel dormiveglia, mi sono ritrovata di nuovo nella sala d’attesa della stazione Principe di Genova, nel luglio 2004 ..due anni fa.. il tempo di sentire sulla mia pelle il fresco dell’aria condizionata, rivedere quei muri, la gente seduta sulle poltroncine .. poi, mentre mi voltavo verso la porta a vetri della sala .. dopo solo un istante mi sono ritrovata indietro a fare un salto ancora nel tempo, un’ora prima, al terminal traghetti.. ero lì, alle 8 del mattino, sulla panca fredda metallo blu, con un libro aperto tra le dita, leggevo per contenere l’emozione di quella giornata che stava per iniziare .. ero lì, appena sbarcata dalla nave, con ancora in gola il sapore del cappuccino preso al bar poco prima e che non ne voleva sapere di andare giù, in attesa di andare in stazione ad incontrare Lui, che sarebbe arrivato col suo treno da Palermo .. mi sono rivista a guardare l’orologio .. le 7.45 .. c’èra ancora tempo ..

    I ricordi a questo punto si sono fatti intensi e vividi come non mai, ci sono entrata con tutta me stessa, mentre gli occhi mi si bagnavano dietro le palpebre chiuse e le mie dita si stringevano intoro al cuscino ..

    .. immersa nella lettura .. minuti interminabili .. e poi.. le 8 .. “il treno! arriva tra un’ora. è il momento di andare” .. chiudevo il libro e lo riponevo con movimenti lenti nello zaino, le mani che tremavano, e il cuore che aveva fatto un balzo nel petto .. e poi i passi lunghi verso l’uscita, e la confusione in testa .. un’ora e lo avrei visto .. chissà lui com’era, chissà come sarebbe stato vederci per la prima volta .. chissà .. le porte scorrevoli dell’uscita del terminal che si aprono .. il trolley che scorre con le sue rotelline sulle prime piastrelle del selciato .. rumori secchi .. il caldo di una mattina di luglio che mi avvolge in spire soffocanti, un sorriso appena accennato sulle labbra, e quei passi che mi portano verso l’autobus .. poi un altro salto, stavolta in avanti nel tempo, mezzora dopo, dentro la sala d’attesa della stazione .. sentivo gli annunci, vedevo la gente seduta intorno, guardavo l’altissima porta a vetri d’uscita, e il condizionatore poco sopra, sentivo quel fresco piacevole, che mi appiccicava il sudore addosso, la mia mano sopra il trolley, l’altra a tenere ancora una volta aperto il libro che leggevo .. una ragazza straniera mi passa accanto, un ragazzo dietro di lei, si siedono vicini a me .. parlottano .. le righe delle pagine scorrono sotto i miei occhi meccanicamente e il significato mi sfugge .. conto i minuti .. gli annunci si susseguono, treni che arrivano, treni che partono .. e dentro di me quel senso di trepidazione, gioia, insicurezza .. e quella tv, a due metri da me, dietro un vetro, che trasmette RaiUno, un servizio sull’affondamento del transatlantico Rex, le immagini in bianco e nero e un audio basso che si comprende a tratti, tra i rumori dei viaggiatori e gli annunci .. il viso del capitano .. e io sulla poltroncina dal sedile avvolgente .. guardo per un attimo lo schermo e mi lascio coinvolgere, ma poi è ancora l’orologio, e i polpastrelli delle dita che sudano sulla carta del libro, e il mio sguardo che vaga verso la porta .. e poi .. mancano cinque minuti alle 9 .. oddio .. ci siamo quasi .. e quando arriva quell’annuncio .. il treno in arrivo alle 9 e zero due, al binario 18, mi alzo con un’energia che non credevo, ma il cuore in gola e i passi che tremano, infilo lo zaino, allungo la maniglia del trolley, esco dalla sala d’attesa, torna ad avvolgermi il caldo, mi guardo intorno.. binario 18.. binario 18.. dove.. vedo il lungo sottopassaggio, e mi ci infilo mentre la gente mi passa intorno.. e il bar profuma di cornetti, e di rumori di tazze.. e un poliziotto si guarda intorno annoiato.. “binario 18.. binario 18..” penso.. e nella mia mente non c’è altro.. solo quel numero di binario.. per non pensare, per contenere la gioia che stava esplodendo in me, insieme a tutte le mie insicurezze.. “come andrà?” e il cuore faceva un nuovo balzo in gola .. “binario 18.. binario 18..” è lontano.. dove.. guardo le indicazioni.. binario 11..12.. cammino.. ..16..18.. una rampa di scale, una luce accecante dall’esterno.. sagome indistinte di persone.. mi fermo per un attimo, sollevo il trolley dalla maniglia, prendo fiato.. ci siamo.. binario 18.. un sorriso tirato mi si apre sul volto.. poi il piede si appoggia sul primo gradino.. andiamo

  •  E’ strano come talvolta nella vita, proprio quando la realtà, in una delle sue pazze giravolte, sembra circondarti di cose più belle che in passato, lo sguardo si volga indietro, e si ritrovi a navigare con nostalgia tra i ricordi.
    Marco oggi vive la sua vita, con chissà chi, chissà dove, ed è stata una delle persone più belle, in ogni senso, che abbia mai incontrato in tutta la mia esistenza, e quando mi ha lasciata ho preso dolcemente il ricordo di lui facendolo diventare parte di me, della mia forza.
    Ma c’è stata un’altra persona che ha significato tanto per me: mia nonna. E’ scomparsa nello scorso gennaio, con i suoi novant’anni, i suoi sorrisi, la sua dolcezza, e tutto l’amore che si portava dentro. In silenzio, senza disturbare, è andata via una notte, con un sorriso sereno sul viso.
    E ancora oggi queste due persone che ho amato, tornano a trovarmi, e spesso, nei sogni, e nei pensieri durante le giornate, a ricordarmi ciò che è stato, e ogni volta c’è una lacrima, e un sorriso. Perchè mi hanno cambiata, perchè mi hanno dato tanto di loro senza chiedermi niente, e questo è forse il più grande, il più bel gesto d’amore che si possa sperare mai di avere.

    Questa pagina la voglio dedicare a mia nonna, nel dolce ricordo di Lei.

    Stamattina sono uscita per le solite quattro cose di tutti i giorni, ma stavolta, anzichè tornare a casa, sono passata in quella che era la casa di nonna. Come mille volte in passato, quando passavo a salutarla, o portarle un gelato. La porta, le scale, e la bombola del gas appoggiata sotto il lucernaio. Coperta di polvere. L’appendiabiti con le due vestaglie appese. Tutto era come sempre. La cyclette, sotto l’appendiabiti, come se qualcuno la dovesse usare. Stamattina c’era odore di chiuso, e faceva un pò caldo. I miei passi risuonavano tra le pareti. La camera da letto, dopo l’ultima volta che avevo fatto ordine dalle masserizie messe lì dai miei, sembrava quasi normale. L’abatjour, dal lato di nonna del letto grande. La statuina della Madonna, affianco. La poltrona, e sopra la poltrona, alcuni abiti di nonna, stirati, ben piegati e impilati, come se qualcuno dovesse indossarli. Nell’armadio ancora tutti gli abiti, dritti e messi l’uno accanto all’altro, in ordine. Era tutto come ai tempi in cui c’era ancora nonna. Sentivo intorno a me tutto normale, tutto era come sempre. E poi, ancora, in cucina. Il tavolo, e quella tovaglia, con le macchie familiari e l’odore un pò ammuffito. Ho aperto gli sportelli. Il caffè. Il barattolo del cappuccino. E le tazze. Nonostante le pulizie, molto di quello che era stato lì da sempre c’era ancora, a testimoniare una vita, un tempo trascorso, con quel vecchio stile di ceramica nelle tazze che ormai non si usa più.
    Era ancora tutto vivo in quella casa. Come se nonna non fosse mai stata via. Come se il tempo si fosse fermato.
    Mancava solo lei, tra quelle stanze ferme nel tempo e la polvere sospesa, lei con la sua voce familiare, il suo sorriso, i suoi piccoli gesti di attenzione: qualche soldino, un dolcetto, un cioccolato. Lei con i suoi abiti consumati, i capelli bianchi e un pò sciatti, lei con il suo odore, più forte d’estate, con le sue gambe accavallate seduta sulla sedia la sera a guardare la tv, il gomito appoggiato sul tavolo, e lo sguardo dolce. Lei che abbassava la tapparella della camera da pranzo, per il sole d’estate, lei che leggeva il giornale affondata sulla poltrona, lei che beveva il latte, la sera, con i biscotti, e che la mattina a volte diceva, con sguardo preoccupato “stanotte non sono stata bene”. Lei con il suo “ciao” dolce, lei che apriva la bombola e accendeva il fuoco della cucina a gas, lei che saliva faticosamente le scale, ogni mattina, con il peso dei suoi anni e nelle mani due buste della spesa, e la borsa sottobraccio, e il suo cappotto nero d’inverno, e il cappellino di lana, lo stesso da sempre, in testa. Lei con il suo borsellino, il suo chiamare, ancora, tutto in lire, lei che apriva gli sportelli del mobile del salotto, si chinava, e tirava fuori una scatola di merendine. “Ne vuoi? Prendine una” diceva, e sorrideva. Ogni giorno, ogni volta. Lei che mi guardava dalla finestra, quando andavo via, e che a volte scendeva fino al portone del piano di sotto per salutarmi, e io con due baci le davo la buonanotte: “Ci vediamo nonnina” e sapevo che il giorno dopo sarebbe stata ancora lì, sempre col suo sorriso, con la forza della sua vita, lunga, dura, difficile, ma anche felice, ad accogliermi, con un regalino, un pensiero, una parola.
    Ma nonna, stamattina, non c’era. Non c’era più. La casa vuota, silenziosa, l’aria immobile, il frigo vuoto e che non ronza più, la tv spenta, le finestre chiuse, l’immondizia non buttata più da chissà quanto tempo, il bagno pieno di calcinacci caduti dal vecchio soffitto. Nonna non c’era più.
    Eppure stanotte la avevo sognata, e in quel sogno il frigo ronzava ancora una volta, come sempre, ed era pieno delle cose che lei comprava di solito. E lei era ancora lì, in quel sogno, e si muoveva tra le stanze, tornata in vita chissà come, chissà quando, non riuscivo a capire, a spiegarmelo, ma lei c’era, in quel sogno, era tornata in quella casa, e anche la casa era tornata a vivere

  • Era il terzo giorno che mi preparavo. Ero pronta già dal giorno prima, in realtà, ma ancora continuavo a tirare fuori, ripiegare, mettere dentro, controllare, sistemare, le mie cose. Per non pensare, perchè l’idea di passare tre giorni fuori casa con un ragazzo, con il miglior ragazzo che avessi mai conosciuto, il miglior amico che avessi mai avuto, mi emozionava. Come sarebbe andata? Gli sarei piaciuta? Saremmo stati bene insieme? Magari ci saremmo baciati? Il cuore tremava, e non volevo pensare. Forse avevo un pò di paura di sentirmi felice, per quella sensazione, e che la realtà avrebbe potuto rovinare, smentire quella gioia. E continuavo a ripiegare, mettere dentro, sistemare le mie cose.

    “Stasera alle otto, parto” gli avevo detto quella mattina, ma era l’ennesima volta in quei giorni che glielo ripetevo, come a voler dare concretezza nella mia mente a quello che sembrava un sogno incredibile, “ma ti scriverò anche dalla nave..”.
    Lui sarebbe partito diverse ore prima di me, alle due e venti del pomeriggio, in treno, un viaggio di milleduecento chilometri, dalla sua torrida Palermo, attraverso l’intera Italia, fin su verso Genova, dove ci saremmo incontrati al mio sbarco, la mattina dopo. Sedici ore di viaggio, infinito, su rotaie rumorose, con chissachi. E i cento euro per il biglietto glieli aveva dati la mamma, e quelli per tornare la sorella. E tutto questo, solo per incontrare me. L’idea di quello sforzo, di quella voglia, mi commuoveva. Lui minimizzava. Non voleva farmene sentire il peso. Ma io lo apprezzavo, e ne ero commossa. “Io ti scriverò ogni ora che sarai in viaggio, e anche dalla nave..”, e la mia era una promessa. Volevo stargli vicino finchè avrei potuto, finchè l’ultima tacca di segnale non sarebbe scomparsa, in mare aperto, e il cellulare sarebbe diventato silenzioso. Gli volevo bene, un bene dell’anima. E quando il suo treno partì, con un leggero ritardo, alle 14.30 di quel pomeriggio di luglio di due anni fa, e lui mi scrisse che era in viaggio, io piansi

  •  Non ho mai visitato Palermo.

    Ma l’ho vista, tante volte, attraverso i suoi occhi, viveva nelle sue parole, durante le nostre chat, mentre Marco mi portava con sè, mano nella mano, sera dopo sera, a scoprire dei piccoli angoli di vita, di umanità, di gente comune.

    La città del caos e del traffico. Delle strade intasate di lamiere sotto il sole, della gente che brulica per il centro, dei clacson e delle urla dei venditori nel mercato, dei sorrisi di un incontro per caso, tra le buche e i marciapiedi.

    La città del quartiere di chissaddove. Dei palazzi stesi al sole, e una chiesa antica che sbuca tra un angolo e il cemento. E persiane abbassate, nelle ore più calde, e voci di donne che rimbombano tra le strade e i cortili. Ed un garage, quello di Marco, e quella vecchia 500, e una suora che lo usa e ha il permesso di sua mamma.

    La città dei campi di calcio e dei ragazzi. Le partite di calcetto il venerdì pomeriggio. Mentre il sole scende. Sudati, in calzoncini, una strisciata d’erba sui calzettoni, un sorriso e un cinque battuto e piene mani. E Marco con gli occhiali nello zaino, e il viso tirato, l’asciugamano passato sulla fronte e gli occhi grandi. E un abbraccio. Abbiamo vinto.

    La città dei gruppi di giovani, e delle uscite di sera. Insegne illuminate. Profumi di pub e di birra. E la musica che scivola per le strade, insieme ad una macchina che passa. Gruppi di ragazzi sui motorini. Risate, e parole in dialetto vivo. Sopra, un cielo nero, sotto, tanti cuori che battono, amicizie che sbocciano, ed amori che nascono.

    La città del sole e delle spiagge. Delle primavere calde, dove finisce il cemento e inizia la sabbia. E le ciabatte in spalla, e quel mare di sicilia azzurro già d’estate. Le magliette colorate, gli amici che ridono e si rincorrono. Una ragazza, un sorriso. Una coppia di amici, un pò d’invidia: si sono messi insieme. E Marco vuole bene ad entrambi. Un abbraccio, tutti insieme, una foto. Il tempo si ferma. E Marco in quella foto spettinato, il ciuffetto sugli occhi, e lui un pochino nascosto, tra le braccia degli amici, e una grande dolcezza negli occhi.

    La città del belvedere. Dei silenzi di sera. Di un muretto che domina Palermo. Delle luci della città che occhieggiano e si confondono con le luci del cielo. Di una panchina. Vuota. Mentre Marco sogna di essere lì con la ragazza per cui batte il suo cuore. E che non lo vuole. Di fredde spire di vento che avvolgono lui, e i suoi sogni, allontanandoli. Di Grignani che canta le sue note lente nelle orecchie.. “tu non mi lasci via d’uscita e te ne vai con la mia storia tra le dita”

    La città dei sogni d’amore. Di un campanello mai suonato. Di una ragazza che non si è mai affacciata. Di due mani che non si sono mai sfiorate. “Avrei voluto tenerle la mano nella mia, solo una volta..” .. “solo una volta..”

    Mentre Marco mi parlava, in quelle chat, io ero nei suoi occhi. Abbracciata a lui, a scoprire la sua Sicilia, la sua città, attraverso i suoi sogni, a viverla con lui. E insieme, sorridevamo. Ed eravamo una cosa sola.

    Quella fu per noi anche la città delle stelle. Di una notte d’agosto. Di un “ti amo” ripetuto infinite volte ad un telefono. Di due anime belle, lontane ma sotto lo stesso cielo, che si ripetono il loro amore, mentre la notte li avvolge.

    E quel sogno, intanto, sta per spezzarsi

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